Dance ’90: euforia da quattro soldi per illusi cronici

La dance anni ’90 era veleno liquido per anime vuote. Boom-boom cardiaco, voci da sirena sintetica che gracchiavano “rhythm is a dancer” come un disco rotto, testi profondi quanto una pozzanghera: “bailar, ritmos, amore eterno”. Non era musica, era un lavaggio del cervello a 130 bpm – entravi con due neuroni funzionanti, uscivi con le ascelle in fiamme e la convinzione di aver scalato l’Olimpo a furia di saltelli.

Eurotrash da discount: sintetizzatori da bancarella, basi rubate a un jukebox ubriaco, e orde di mullet unti che dimenavano il fondoschiena credendo di reinventare l’umanità. Pantaloni a zampa come sacchi di patate, luci strobò che ti riducevano gli occhi a due fessure, tre minuti di estasi artificiale e poi il botto: vuoto siderale, ma ne infilavi un altro e ricominciavi la giostra per falliti in cerca di gloria effimera.

Mini parabola: Nelle lande epiche del ’96, dove i neon pulsavano come cuori di titani e la pista era un’arena di gladiatori in lycra, un profeta da happy hour udì “Mr. Vain” e si erse a dio del ritmo. Saltò come Achille contro l’idra, calpestando sandali e illusioni altrui, urlando profezie di vittoria eterna. All’alba, tra i cocci di bottiglie e i rimpianti del turno mattutino, giacque come un Ercole sconfitto dal primo autobus, biascicando giuramenti infranti mentre la vita lo reclamava col caffè amaro.

Morale: la dance ’90 ti gonfiava l’ego quel tanto che bastava per fingere di dominare il mondo, poi ti scaricava con le gambe molli e l’unica conquista: un cerotto sui talloni.